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Stefano Benni è e resterà uno dei migliori scrittori italiani attualmente viventi. Anche dopo il mezzo passo falso di Margherita Dolcevita. Ecco. L’ho detto. Mezzo passo falso. Che d’altronde significa anche mezzo passo vero, quindi il romanzo in se e per se non del tutto negativo. Diciamo che però lascia un senso di incompiutezza. Di un finale un po’ affrettato. Il libro si inserisce nelle dinamiche degli altri libri di Benni, ossia una parafrasi del presente, visto con gli occhi della fabula satirica. Benni ha raccontato la sua storia d’Italia in questi ultimi vent’anni. Ha parlato del vuoto televisivo, dell’imbarbarimento progressivo della nostra società, delle speranze perdute e disperse della generazione che voleva cambiare il mondo. In tutti i suoi romanzi però si nota sempre un barlume di speranza, anche se affidata a volte solo alla fiaba, ai bambini, ai ragazzi, alla fantasia che può rimescolare gli elementi del mondo e dare vita a un mondo nuovo. In questo ultimo romanzo la protagonista è Margherita, ragazza di 15 anni, piena di vita e abitante in una periferia ancora non toccata dal consumismo selvaggio. La costruzione della storia procede bene. Benni è un maestro nel tratteggiare personaggi intriganti, vivi. A volte corre il rischio di cadere nel cliché o nel macchiettistico, ma sostanzialmente i personaggi reggono. In questa situazione, ossia la vita di Margherita e della sua famiglia, arrivano i “cattivi”, ossia una famiglia che compra il terreno vicino a quella di casa di Margherita e inizia ad alterare il mondo della periferia Il romanzo a questo punto vive sulla contrapposizione tra il mondo della periferia e quello della nuova famiglia che altera e modifica il mondo. Le modifiche chiaramente sono in negativo e qui devo dire che un po’ il libro cade nel cliché. La contrapposizione bene-male è un po’ troppo scoperta. Inoltre va detto che gran parte del mistero e dell’inquietudine crollano nel finale, con spiegazioni troppo affrettate e semplicistiche. Perché il padre di Margherita si trasforma a tal punto da unirsi a uno “squadrone della morte”? Tutto è troppo meccanico, come se Benni da un certo punto in poi avesse innestato il pilota automatico. Il finale (che non svelo, chiaro) lascia insoddisfatti. Non tanto per come finisca. Chi segue Benni sa che il redde rationem dei cattivi è (quasi sempre) assicurato. Le perplessità riguardano il fatto che tutto è quasi “dovuto”. I cattivi sicuramente incontreranno la fine che meritano, in un modo un po’ meccanico. Ecco, se proprio vogliamo individuare il difetto è una prevedibilità della storia. Ciononostante il libro è ben scritto (Benni da questo punto di vista è una garanzia), e non delude del tutto le aspettative. Sicuramente non è ai livelli dei libri meglio riusciti (Elianto, Comici Spaventati Guerrieri o La Compagnia dei Celestini), resta un’opera minore, ma un tentativo concedeteglielo (anche perché il personaggio di Margherita è molto ben tratteggiato). Ce ne fossero di scrittori come Benni, che pensano alle storie e non alle comparsare in TV.
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